
Da evento INDEP dell’11 marzo 2026- relatori ing. Lucia Rosaria Mecca|MECCAINGEGNERIA e Geol. Andrea Pace|MECCAINGEGNERIA
A cura di Ing. Lucia Rosaria Mecca, Presidente INDEP
Di fronte ai dissesti che interessano i fabbricati o le infrastrutture troppo spesso si assiste ad interventi che pongono rimedio ai soli danni visibili. Nel seguito, attraverso alcuni casi studio presentati durante l’iniziativa di INDEP del 11 marzo 2026, viene mostrato invece come la vera tutela della costruzione non nasce dall’opera di recupero in sé, ma dalla corretta lettura della causa del dissesto e dalla sua gestione. La comprensione dei fenomeni in atto spesso richiede studi che integrino la caratterizzazione geologica e geotecnica del sito con l’osservazione del suo comportamento nel tempo, attraverso specifiche attività di monitoraggio delle deformazioni.
Un intervento — sia esso di riparazione di rinforzo e di mitigazione del danno strutturale — che non sia preceduto da una diagnosi accurata rischia di rimuovere l’effetto lasciando intatta la causa: i casi di Senise e di un intervento in un edificio condominiale, discussi più avanti, ne sono la dimostrazione più diretta.
Il punto di partenza tecnico è spiegato dal principio delle tensioni efficaci di Terzaghi: la tensione efficace σ’ che governa il comportamento meccanico di un terreno è pari alla tensione totale σ meno la pressione neutra (interstiziale) u, ossia σ’ = σ − u. Quando piogge intense saturano un terreno a grana fine, oppure quando il terreno è soggetto a sollecitazioni cicliche come quelle indotte da un terremoto, la pressione interstiziale u cresce, la tensione efficace si riduce e con essa la resistenza al taglio del terreno, che secondo il criterio di Mohr-Coulomb vale τ = c’ + σ’·tanφ’ (dove c’ e φ’ sono coesione e angolo di attrito interno efficaci). Nei terreni saturi la resistenza al taglio può ridursi in misura molto significativa rispetto alle condizioni non sature ( anche il 50%), con entità variabile in funzione delle caratteristiche del terreno e delle condizioni idrauliche.
La conseguenza di tale fenomeno non è soltanto una diminuzione della capacità portante, ma una progressiva perdita di rigidezza e stabilità che può manifestarsi con fenomeni diversi a seconda delle caratteristiche del terreno: mobilitazione di versanti, accumulo di deformazioni permanenti, rammollimento ciclico dei terreni fini, mobilità ciclica nei terreni granulari densi e, nei casi più severi, liquefazione. Tutti questi fenomeni hanno un’origine comune: la riduzione delle tensioni efficaci che governano i contatti tra i granuli e, quindi, la resistenza meccanica del terreno. È questo, e non un generico “cedimento del terreno”, il meccanismo fisico che occorre diagnosticare correttamente per capire dove, quando e perché un pendio o un deposito di fondazione può perdere stabilità e mobilitarsi.
Durante l’evento di INDEP dell’11 marzo 2026, il Geol. Andrea Pace ha richiamato una casistica che mostra come ogni evento franoso abbia una causa specifica, da identificare caso per caso. Applicare uno schema diagnostico generico puo portare ad interventi inefficaci o, nei casi peggiori, a conseguenze gravi.
La frana di Senise, in località Collina Timpone, fu una frana di neoformazione in terreni sabbioso-limosi, a cinematica veloce, classificabile come scivolamento rotazionale. L’evento distrusse diversi edifici di recente costruzione e causò la morte di otto persone, tra cui alcuni bambini. Dal punto di vista tecnico, il caso è particolarmente significativo perché il dissesto non fu determinato da una singola causa, ma dalla combinazione di più fattori concorrenti. Gli edifici realizzati in sommità al versante hanno introdotto un sovraccarico che ha incrementato le spinte verso valle, mentre gli scavi eseguiti alla base hanno prodotto uno scalzamento del piede, riducendo il naturale sostegno del pendio. Considerati singolarmente, questi interventi sarebbero potuti apparire compatibili con le condizioni locali, invece, ad innescare il meccanismo di instabilità, non sono stati i singoli interventi ma la loro interazione.
Il caso evidenzia un principio fondamentale della patologia delle costruzioni: i dissesti raramente sono riconducibili a una sola causa, ma rappresentano il risultato dell’interazione tra condizioni preesistenti, modifiche antropiche, caratteristiche dei materiali e azioni esterne. Per questo motivo, una corretta diagnosi non può limitarsi all’analisi dei singoli fattori, ma deve ricostruire il comportamento complessivo del sistema terreno-opera-ambiente, individuando le relazioni causa-effetto che governano l’evoluzione del danno. Solo attraverso questa lettura integrata è possibile comprendere il reale meccanismo fisico del dissesto e progettare interventi efficaci di mitigazione e prevenzione.

Un altro caso particolarmente istruttivo dal punto di vista diagnostico è il caso di Niscemi poiché non si tratta di una frana di neoformazione, bensì della riattivazione di un corpo di frana preesistente, già interessato da fenomeni di mobilizzazione nel 1997. Il dissesto, caratterizzato da un fronte lineare di circa 4 km, ha mostrato una dinamica retrogressiva particolarmente intensa: la scarpata principale è passata in pochi giorni da altezze modeste a oltre 50 metri, coinvolgendo progressivamente porzioni sempre più ampie di versante e richiamando materiale da monte verso l’area urbanizzata.
La predisposizione al dissesto è strettamente legata all’assetto geologico locale, costituito da livelli sabbiosi e arenacei sovrastanti terreni argillosi a bassa permeabilità. In occasione di precipitazioni intense e prolungate, l’acqua tende ad accumularsi in corrispondenza di tali contatti litologici, determinando un incremento delle pressioni interstiziali e una riduzione delle tensioni efficaci. Ne consegue una diminuzione della resistenza al taglio dei materiali coinvolti, che facilita la riattivazione delle superfici di scorrimento già esistenti.
Distinguere una riattivazione da una frana di neoformazione non rappresenta un dettaglio classificativo, ma costituisce un elemento decisivo per la corretta valutazione del rischio. Un corpo di frana antico conserva, infatti, una memoria geomorfologica e meccanica del dissesto. Le superfici di scorrimento sono spesso già definite e possono aver raggiunto condizioni di resistenza residua, risultando più facilmente mobilizzabili al ripresentarsi di condizioni predisponenti. Per questo motivo, l’analisi storica del versante, l’interpretazione integrata dei dati geologici e geomorfologici e il monitoraggio delle aree già interessate da dissesti assumono un ruolo prioritario nella diagnosi e nella gestione del rischio.
Il caso di Niscemi dimostra come una corretta lettura del territorio non possa limitarsi all’osservazione dell’evento in atto, ma debba ricostruire la storia evolutiva del versante. È questa lettura d’insieme tra dati storici, assetto geologico, condizioni idrogeologiche e segnali di instabilità che permette di riconoscere per tempo i meccanismi di riattivazione e di orientare meglio le attività di monitoraggio e mitigazione.

La frana di Calitri, innescata dal terremoto dell’Irpinia del 1980 e classificata come slump-earth flow, mobilitò circa 23 milioni di m³ di terreno, producendo effetti rilevanti sull’assetto urbano e sulla stabilità del centro storico. Dal punto di vista diagnostico, il caso evidenzia un principio fondamentale in quanto l’evento scatenante non coincide necessariamente con la causa del dissesto. Il sisma rappresentò infatti il fattore di innesco, ma la possibilità che il fenomeno raggiungesse dimensioni così imponenti era legata alle caratteristiche geomorfologiche, geologiche e geotecniche del versante, che ne determinavano una condizione di vulnerabilità preesistente.
Una corretta interpretazione del fenomeno non può quindi fermarsi all’analisi dell’azione sismica, ma deve ricostruire l’insieme dei fattori predisponenti che hanno reso il versante suscettibile alla mobilitazione. Assetto stratigrafico, caratteristiche dei materiali, geometria del pendio, presenza di superfici di debolezza e condizioni idrogeologiche costituiscono, infatti, il quadro entro il quale il terremoto ha agito come fattore scatenante.
Anche il caso di Calitri dimostra come la diagnosi del rischio richieda una lettura integrata delle cause predisponenti e dei fattori di innesco. Concentrarsi esclusivamente sull’evento sismico porterebbe a una spiegazione parziale del dissesto, mentre è l’analisi congiunta delle condizioni del versante e delle sollecitazioni esterne che consente di comprendere perché quel pendio abbia ceduto, perché abbia sviluppato una cinematica di tale estensione e quali indicatori avrebbero potuto segnalarne la criticità. È questo approccio sistemico, basato sulla ricostruzione del meccanismo reale del fenomeno, che permette di trasformare l’osservazione di un evento in una diagnosi utile alla prevenzione.

Il disastro del Vajont rappresenta uno dei casi più studiati nella storia dell’ingegneria geotecnica e della gestione del rischio territoriale. Il 9 ottobre 1963 una massa di circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccò dal versante settentrionale del Monte Toc e precipitò nel bacino artificiale, generando un’onda che superò la diga e provocò la distruzione di Longarone e di altri centri abitati, causando oltre 2.000 vittime.
Dal punto di vista diagnostico, il Vajont dimostra come il collasso non sia stato il risultato di un fenomeno improvviso e imprevedibile, ma l’esito finale dell’evoluzione di una grande frana preesistente sviluppatasi lungo una superficie di scorrimento già presente nel versante. Le particolari caratteristiche geologiche e stratigrafiche dell’area, unite alla presenza di livelli argillosi lungo la superficie di movimento, condizionarono in modo determinante il comportamento del pendio. Le variazioni del livello dell’invaso interagirono con questo sistema naturale, influenzando le condizioni idrauliche e meccaniche della massa in frana e contribuendo all’accelerazione dei movimenti osservati nei mesi precedenti il collasso.
L’aspetto più significativo è che il versante manifestò per lungo tempo segnali inequivocabili della propria instabilità. Rilievi topografici, deformazioni progressivamente crescenti e movimenti sempre più rapidi documentavano l’evoluzione del fenomeno. Il problema non era quindi l’assenza di dati, ma la corretta interpretazione del loro significato all’interno del quadro geologico complessivo.
Il Vajont insegna che la comprensione di un dissesto richiede la ricostruzione del meccanismo fisico che lo governa. L’analisi del solo evento finale avrebbe mostrato una frana e le sue conseguenze, ma non avrebbe consentito di comprendere il ruolo svolto dalla struttura geologica del versante, della paleofrana, delle proprietà dei materiali coinvolti e dell’evoluzione delle condizioni idrauliche. La lezione tecnica che ne deriva è che la sicurezza dipende dalla capacità di interpretare correttamente i segnali precursori e di ricondurli al reale modello geologico e geomeccanico del sito.
Per questo il caso Vajont continua a essere un riferimento fondamentale per la diagnostica geologica e geotecnica. Esso dimostra che la prevenzione non nasce dalla semplice raccolta di dati, ma dalla loro corretta integrazione e interpretazione, necessaria per comprendere l’evoluzione di un fenomeno prima che esso raggiunga condizioni irreversibili.

Il caso studio di Filiano (PZ) offre un esempio compiuto di diagnosi supportata dai dati di caratterizzazione geomecanica. Il corpo di frana esaminato è di tipo rototraslazionale, ed è originato da movimento antico con frane attive tuttora presenti al suo interno. Lo studio di diagnosi non si è limitato all’osservazione geomorfologica, ma il fenomeno è stato quantificato attraverso sondaggi geognostici a carotaggio continuo e prove geotecniche di laboratorio. Le prove di taglio diretto hanno fornito valori di picco c’ = 10,1–29,1 kPa e φ’ = 16,2°–26,4°, mentre la resistenza residua è risultata compresa tra φr = 13,3° e 19,5°, con cr prossimo a 0 kPa.


Le verifiche di stabilità a ritroso (back-analysis), condotte secondo le indicazioni delle NTC 2018 (§6.3.3), hanno permesso di stimare la resistenza residua realmente mobilitata lungo la superficie di scivolamento, restituendo φ = 13° e c’ = 0 kPa. Coerentemente con il fatto che il corpo di frana era in lento movimento (condizione evolutiva), il coefficiente di sicurezza Fs è stato impostato immediatamente al di sotto del limite ultimo di rottura: una scelta metodologicamente corretta, perché un versante attivo che si muove lentamente si trova, per definizione, in condizioni prossime all’equilibrio limite. Il fatto che i parametri così ottenuti risultino coerenti con il valore minimo di resistenza residua misurato in laboratorio è un riscontro incrociato che rafforza l’affidabilità della diagnosi geotecnica, prima ancora di progettare qualunque intervento.
Un secondo elemento diagnostico, altrettanto significativo, riguarda la verifica in condizioni statiche eseguita simulando l’abbattimento del livello di falda a circa −10 m dal piano campagna nell’area di monte del corpo di frana. Da tale simulazione è emerso un notevole miglioramento delle condizioni di stabilità. In altri termini, la diagnosi aveva già individuato nella falda, e non nel terreno in sé, la variabile di controllo del dissesto un’indicazione che ha guidato direttamente la scelta progettuale verso opere di drenaggio.
Una diagnosi, per quanto accurata, resta un’ipotesi tecnica finché non è confermata dal comportamento reale del versante nel tempo. Nel caso studio di Filiano il monitoraggio inclinometrico ha mostrato che l’intervento ha agito sulla causa reale del dissesto.

Prima della realizzazione dell’intervento di consolidamento il monitoraggio inclinometrico sui fori S1c, S13 e S14 forniva spostamenti significativi di circa 55 mm in 7 anni per S1c (7,86 mm/anno, superficie di rottura a circa 14 m) e circa 52 mm in 8 anni per S14 (6,5 mm/anno, rottura a 15 m) e 80 mm in 8 anni per S13 (10 mm/anno e superficie di rottura a 18 m).
A seguito dell’intervento, consistito nella realizzazione di trincee drenanti, nel periodo 2010–2020 il tasso di spostamento annuo si è ridotto in tutti e tre gli inclinometri sebbene in misura diversa: da 7,86 a 6,9 mm/anno per S1c (−12% circa), da 10 a 4,7 mm/anno per S13 (−53% circa) e da 6,5 a 4,5 mm/anno per S14 (−31% circa). Nell’anno 2020 gli spostamenti di S1c risultano già irrisori, e le successive misure 2010–2024 confermano spostamenti minimi su tutte e tre i fori.

In considerazione del ruolo della falda come fattore di governo della stabilità del sito per via del suo legame con la cinematica del versante, si è scelto di intervenire con opere che fossero sia strutturali che drenanti, ritenendo altrimenti l’intervento inefficaci a causa del notevole spessore del detrito di frana.

Autore: Ing. Lucia Rosaria Mecca
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